In occasione del ventennale dal tragico inizio dell'assedio della città di Sarajevo intervistiamo la scrittrice e giornalista bosniaca Azra Nuhefendić, voce di quegli avvenimenti e autrice dell'ultimo libro "Le stelle che stanno giù", raccolta di racconti balcanici.
Azra è stata anche ospite del laboratorio di scrittura creativa di viaggio a Trieste portando la sua testimonianza di reporter e scrittrice.
Intervista a cura di Mara Contardo.
Il tuo ultimo libro, la raccolta di racconti "Le stelle che stanno giù" prende il titolo da tua sorella che da bambina, attraverso le finestre della casa dei nonni, s'incantava a guardare le luci di Sarajevo: sembravano stelle cadute dal cielo. Come sono oggi le luci di Sarajevo e cosa pensi del futuro della tua città?
Si, il titolo ricorda di come una bambina, guardando dalla collina, vedeva le luci di Sarajevo. Ma dopo la guerra questa espressione è diventata una grande metafora: durante la guerra 1992-1995, 12.000 cittadini di Sarajevo sono stati uccisi, di questi, 1600 erano bambini. Un tempo le coline intorno a Sarajevo erano coperte di prati o alberi, oggi invece di cimiteri. Una intera generazione di ventenni è stata uccisa in guerra. Oggi le nostre stelle, cioè i nostri cari uccisi, stanno giù, sotto terra. Sarajevo è una città molto traumatizzata. Spero che superi anche questa crisi attuale, che è molto dura.
So che ti occupi di un gruppo di vedove del genocidio di Srebrenica. A che punto è il tuo progetto, in cosa consiste e come possiamo aiutare?
Le vedove sono le donne rimaste sole, senza uomini, dopo il genocidio compiuto nella città bosniaca di Srebrenica, quando nel 1995 furono uccisi dai serbi 8106 maschi bosniaci. Ho scoperto per caso l’esistenza di un piccolo gruppo: non sono tutte 30 mila insieme (ndr: il numero di 30.000 si riferisce alle donne, non solo vedove, che hanno perso oltre ai mariti, padri, fratelli, parenti) . Ero talmente colpita dal loro destino, dallo stato di abbandono e di solitudine in cui versavano, che ho deciso di fare qualcosa. Ci torno ogni volta che posso. Cerco di coinvolgere amici, colleghi, conoscenti, perche da sola non posso fare molto. Negli anni passati siamo riusciti ad aiutarle tanto: portavamo medicinali, cibo, libri scolastici, vestiti e dei soldi. Il minimo necessario, ad esempio, per comperare semi per i piccoli orti dei quali vivono. E’ un aiuto paragonabile al dar da mangiare: uno non può fermarsi dopo aver offerto un pasto. Tornerò dalle vedove quando potrò, ed inviterò gli altri ad aiutarci.
Come mai sei capitata e Trieste, come ti trovi qui e vorresti tornare vivere in Bosnia?
A Trieste ci sono finita per puro caso. Era qui mia sorella piccola, fuggita dalla guerra. Sono arrivata con l’idea di starci due - tre giorni, una settimana. E da allora sono già passati 16 anni. All’inizio non mi piaceva l’idea di fermarmi qui ma ora vedo Trieste diversa. La apprezzo per la sua posizione geografica, che permette di raggiungere molte destinazioni in poco tempo. E’ una città a misura d’uomo, tranquilla, sul mare. Mi piace. Non so se ci resterò fino alla fine della mia vita. Ho provato a tornare in Bosnia ma se qui la situazione è difficile, se qui si sente la crisi, là è cento volte peggio. E’il paese più povero in Europa, è al primo posto per la corruzione, ha un tasso di disoccupazione del 60%. Però, non si sa mai. Non ho mai progettato di vivere a Trieste, ed eccome ancora qui.
La tua esperienza di giornalista nella tv di stato dell´ex Jugoslavia ti ha messo di fronte a tanti personaggi della Storia. Chi ti è rimasto più impresso?
Penso alla volta che ho incontrato il presidente indiano Rajiv Gandhi, il figlio di Indira Gandhi. Poco dopo avermi rilasciato l’intervista, nel 1989, Rajiv fu assassinato. Era un uomo affascinante, intelligente e di un gentilezza mai vista né prima né dopo.
Per la Bottega Errante sei stata ospite di un laboratorio di scrittura creativa di viaggio, dove hai raccontato la tua esperienza e hai dato consigli tecnici e stilistici. Come giudichi questa esperienza?
E’ stata una bellissima esperienza per me. Non mi aspettavo di trovare tra i partecipanti delle persone cosi interessanti, motivate, con background così diversi. Io gli parlavo di quello che sapevo, che ho imparato come giornalista, e imparavo anche io da loro. Se uno è aperto mentalmente, questo tipo di esperienza ha sempre due sensi: è istruttiva per chi insegna, e anche per chi ha voglia di imparare.